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Diritto bancario – La corporate governance delle banche

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Il presente lavoro è dedicato all’analisi della disciplina del licenziamento nullo alla luce di quanto statuito dal cosiddetto Jobs act.

Il presente lavoro è dedicato allo studio delle problematiche connesse alla corporate governance nel settore bancario. La corporate governance  si identifica con l’insieme di leggi, regolamenti di mercato e pratiche assunte su base volontaria che consentono ad una società di attrarre capitale, raggiungere l’efficienza operativa e generare profitti ottemperando, sia ai propri obblighi contrattuali, sia alle generali attese del contesto sociale ed economico.

Essa è l’insieme delle regole gestionali che permettono di conciliare l’autonomia del management con l’esigenza di controllarne l’operato a tutela degli interessi degli azionisti, dei finanziatori, dei creditori, dei consumatori, dei dipendenti e dei fornitori nonchè delle comunità locali.

La corporate governance delle imprese bancarie assume una particolare importanza per il ruolo da esse svolto nell’economia di ciascun Paese. Infatti, le banche sono al centro del processo di intermediazione fra risparmio e investimento, costituiscono il tessuto connettivo del sistema dei pagamenti e sono esposte a rischi di instabilità finanziaria molto più accentuati rispetto alle altre imprese.

Le esigenze di vigilanza hanno imposto regole di corporate governance  più stringenti e in anticipo rispetto alle altre imprese. Inoltre, diversi organismi come l’Organizzazione per la Coesione e lo Sviluppo Economico   e il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria hanno pubblicato delle raccomandazioni contenenti alcuni principi che orientano le scelte di definizione dei modelli gestionali operate dai legislatori in vari Paesi.

La governance delle banche si fonda su regole che devono tendere a prevenire i conflitti tra gli interessi dei diversi stakeholder. Infatti, lo svolgimento sia dell’attività bancaria, sia dei servizi di investimento, nell’ambito bancario, aumenta il rischio del verificarsi di conflitto di interessi. L’aumento del rischio di conflitti risulta una conseguenza inevitabile nel momento stesso in cui il sistema evolve verso forme più o meno accentuate di plurifunzionalità nella prestazione di servizi finanziari.

Nelle banche che svolgono sia attività bancaria, sia  servizi di investimento appare difficile combinare l’assetto di governance richiesto dalle Istruzioni di vigilanza sulle banche, con le regole in materia di separazione organizzativa derivanti dalla disciplina dei servizi di investimento. In tal senso, il responsabile del servizio di gestione dovrebbe essere necessariamente un soggetto esterno al consiglio di amministrazione, ponendosi però un problema di conflitto con le norme sulla separazione organizzativa nei servizi di investimento; invece, se il responsabile riporta direttamente al consiglio di amministrazione si pone il problema di stabilire come sia possibile che il consiglio di amministrazione possa efficacemente esercitare delle funzioni operative sul responsabile della gestione.

Il mantenimento o l’ampliamento della portata delle norme che riguardano la governance delle banche dovrebbe portare alla revisione delle attuali Istruzioni di vigilanza, evitando di generare delle situazioni confuse e inefficienti. Il modello di revisione di governance delle banche dovrebbe assicurare una corretta gestione adeguata delle inevitabili situazioni di conflitto che ne deriverebbero.

Nel presente lavoro sono state analizzate le nuove disposizioni in materia di governance bancaria, con l’intento di offrire qualche spunto sui nuovi equilibri su cui si sta assestando il rapporto tra l’autonomia delle banche nello scegliere i propri modelli organizzativi e la normativa di vigilanza.

La governance delle Banche di Credito Cooperativo pone problematiche ancora più complesse. Infatti, tali istituti di credito contraddistinti dal prevalente scopo mutualistico dell’attività svolta e dal localismo, si caratterizzano per la particolare eterogeneità della compagine sociale all’interno della quale è possibile distinguere diverse categorie di soci portatori di interessi che possono entrare in conflitto tra loro. I soci – amministratori sono particolarmente interessati alla propria rielezione in consiglio,  i soci – dipendenti mirano ad ottenere condizioni di lavoro e salariali più favorevoli, i soci – clienti vogliono fruire di servizi bancari e finanziari di buona qualità a costi ridotti e i soci – creditori cercano di ottenere tassi di interesse vantaggiosi sul capitale prestato alla banca. Gli interessi delle diverse categorie di soci possono trovarsi in conflitto tra loro; così, l’interesse dei soci – dipendenti ad avere remunerazioni elevate contrasta con l’interesse dei soci – creditori della BCC particolarmente sensibili ai profili di stabilità patrimoniale dell’istituto. Similmente, l’interesse dei soci – clienti a fruire di servizi bancari e finanziari a costi ridotti può contrastare con l’interesse dei soci – creditori alla stabilità patrimoniale della banca. Inoltre, è possibile che anche entro singole categorie di soci vi siano interessi confliggenti.

Nelle BCC, poi, i soci sono indotti a disinteressarsi della gestione della propria società, in quanto la partecipazione azionaria dagli stessi detenuta è, di regola, di ammontare minimo e vi è la garanzia della responsabilità limitata. A ciò si aggiunga l’effetto prodotto dalla consapevolezza che, qualunque siano i risultati di esercizio conseguiti, il dividendo distribuito è sempre e comunque irrisorio. Peraltro, i soci non potrebbero comunque contribuire attivamente al miglioramento delle condizioni aziendali e gestorie, per effetto della regola del voto capitario che limita il loro potere a favore del management e del consiglio di amministrazione. Le norme sul gradimento, poste a tutela del principio della porta aperta, poi, consentono agli amministratori di controllare e di incidere sulla composizione della compagine sociale, ovvero sui loro elettori. Le problematiche di governance delle BCC, infine, sono connesse anche ad alcune prassi gestionali come quella di porre limiti all’uso delle deleghe di voto in assemblea, di non utilizzare lo strumento delle assemblee separate, di non nominare l’amministratore delegato nei consigli di amministrazione dove, peraltro, sono presenti consiglieri legati al territorio, che spesso sono privi di idonee competenze e di ridurre eccessivamente la distribuzione dei dividendi e dei ristorni ai soci.

La governance delle BCC può migliorare solo promuovendo un maggiore coinvolgimento dei soci  ridimensionando il peso del management e del consiglio di amministrazione, senza, tuttavia, mettere in discussione il carattere mutualistico e localistico dell’attività svolta. Sono particolarmente complesse, infine, le le problematiche connesse alla governance delle Banche Popolari che, a differenza delle BCC, possono svolgere la propria attività anche a favore di soggetti diversi dai soci e al di fuori di un territorio delimitato  e possono essere quotate nei mercati regolamentati con conseguente applicazione delle norme dettate dal d.lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 (TUF). Con riferimento a tali istituti di credito la  Banca d’Italia ha auspicato un intervento legislativo che renda la governance più coerente con la struttura proprietaria aperta agli investitori puri e agli investitori istituzionali,  in modo da sollecitare apporti esterni di capitale di rischio.


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