Diritti in costruzione. Presupposti per una definizione efficace dei livelli essenziali di assistenza sociale

Lo spettro della povertà è tornato a manifestarsi nell’esperienza quotidiana di fasce sociali che si pensava ne fossero al riparo. Cresce il bisogno di welfare proprio mentre le risorse ad esso dedicate diminuiscono. In Italia, la legislazione sui livelli minimi di assistenza è ancora lontana dall’essere applicata, lasciando ampio spazio alla discrezionalità nelle misure di intervento. Ciò accade non solo per questioni economiche o per disinteresse politico, ma per l’insieme delle caratteristiche culturali e strutturali del nostro sistema di welfare. Questo libro offre contenuti e strumenti utili per procedere su strade realistiche, articolando il piano della definizione del diritto e quello degli interventi. Esito di una ricerca che ha coinvolto un gruppo interdisciplinare di studiosi composto da giuristi, sociologi ed economisti che hanno interagito con una rete di enti e istituzioni responsabili in tema di welfare in Italia, il libro parte dalle analisi degli autentici bisogni dei cittadini, dalle loro storie, nella convinzione che la tutela dei diritti fondamentali non solo non ostacola, ma non può che contribuire allo sviluppo di tutto il Paese.

Dati del libro

TitoloDiritti in costruzione. Presupposti per una definizione efficace dei livelli essenziali di assistenza sociale
Autore: Costa G.
Prezzo: € 12,75
Anno: 2012
Altri dati:150 p., brossura
Editore: Bruno Mondadori
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Osservazioni sull’anatocismo nei mutui: il punto della situazione

Le contestazioni relative alla pratica dell’anatocismo nei mutui e, in particolare, alla illegittimità del sistema di ammortamento definito “alla francese” hanno avuto un primo riconoscimento nella sentenza del Tribunale di Bari-sezione distaccata di Rutigliano che risale al 29.10.2008.

Per il momento, la cronaca giudiziaria ha registrato  solo  un’altra sentenza  di merito che pare ribadisca l’illegittimità della forma più diffusa e usata di ammortamento. Si tratta di una pronuncia resa dal Tribunale di Larino – sezione distaccata di Termoli – nel maggio scorso .

Come abbiamo avuto modo di osservare nelle precedenti riflessioni sul tema,  con riferimento ai mutui si  ritiene che l’anatocismo, cioè la maturazione di interessi su altri interessi ricorra, in primo luogo, nell’ambito del  calcolo degli interessi moratori che sono posti a carico del mutuante qualora paghi in ritardo le rate. Tali interessi, se calcolati sull’importo complessivo della rata, comprensivo di interessi e capitale, possono configurare una fattispecie di anatocismo. Va considerato che  a tal proposito la delibera CICR del febbraio 2000 ha stabilito che  “1. Nelle operazioni di finanziamento per le quali è previsto che il rimborso del prestito avvenga mediante il pagamento di rate con scadenze temporali predefinite, in caso di inadempimento del debitore l’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi a decorrere dalla data di scadenza e sino al momento del pagamento. Su questi interessi non è consentita la capitalizzazione periodica”.

Pertanto nei mutui contratti a partire dal 1 luglio del 2000, laddove sia contrattualmente prevista la produzione di interessi di mora sull’intera rata scaduta, la forma di anatocismo finora descritta è legittima.

Tuttavia, si ritiene che la pratica anatocistica sia insita anche nel sistema di ammortamento alla francese applicato in mutui a tasso fisso con rata costante. L’anatocismo costituirebbe l’effetto dell’ errata applicazione del principio di matematica finanziaria dell’equivalenza dei tassi. Il mutuante, dunque, si troverebbe a pagare un tasso di interessi effettivo più elevato di quello pattuito in contratto. Ciò renderebbe indeterminato l’oggetto della clausola contrattuale che prevede il tasso di interesse che, dunque, come postulato dalla citata sentenza del Tribunale di Rutigliano, dovrebbe essere considerata nulla. In luogo del tasso contrattuale, quindi, si dovrebbe applicare il tasso legale.

Ebbene, la sentenza del Tribunale di Benevento n.1936  del 19 novembre 2012 ha esaminato  il caso di un mutuo con ammortamento rateale che prevede la maturazione di interessi corrispettivi a favore del creditore; le rate risultano articolate in una parte di capitale e una di interessi a scalare. Il giudice preliminarmente ha precisato che, come si è detto, di anatocismo in senso stretto si può parlare, eventualmente, solo con riferimento all’applicazione dei tassi moratori. Tuttavia, nel caso di specie,tale questione non era oggetto delle doglianze dell’attore.

Il Giudice ha affermato che non può essere condivisa la tesi secondo la quale l’ammortamento alla francese sarebbe da considerarsi illegittimo in quanto produttivo di anatocismo.  In tale sistema di ammortamento la rata costante si compone di una quota di interessi e una quota capitale. L’importo della rata costante dell’ammortamento è calcolato sulla base della somma  dovuta per capitale, del tasso di interesse e del numero delle rate, attraverso l’impiego del principio dell’interesse composto. Tale principio, secondo il Tribunale di Benevento, non determina alcun fenomeno anatocistico  in quanto gli interessi vengono calcolati unicamente sulla quota capitale via via decrescente e per il periodo corrispondente  a quello di ciascuna rata. Ogni rata determina il pagamento, unicamente, degli interessi dovuti per il periodo cui la rata stessa si riferisce, importo che viene, quindi, integralmente pagato con la rata, laddove la rimanente parte della quota serve ad abbattere il capitale. La quota di interessi di cui alla rata successiva è calcolata unicamente sulla residua quota di capitale, cioè sul capitale originario, detratto l’importo già pagato con la rata o le rate precedenti.

Ne consegue che, secondo il Tribunale di Benevento, anche laddove dalla perizia disposta dal giudice dovesse emergere una divergenza tra il tasso pattuito e quello applicato, tale fenomeno non costituirebbe una forma di anatocismo. Inoltre, nei mutui in cui siano espressamente indicati  e accettati mediante sottoscrizione l’importo mutuato, i periodi di pagamento, il numero complessivo delle rate costanti,  il tasso e il piano di ammortamento,  l’applicazione dell’interesse composto non può condurre ad una pronuncia di  nullità della clausola relativa agli interessi, per indeterminatezza dell’oggetto, ai sensi dell’art.1284 c.c.. In tal caso, infatti, il contraente non può lamentare la indeterminatezza del tasso in quanto, al  momento della stipula, sono resi disponibili e noti tutti gli elementi che consentono di comprendere i termini dell’operazione. Il Tribunale osserva che il mutuante, al limite, può agire ai sensi dell’art.1430 c.c. in materia di errore di calcolo. Certamente, non  può lamentare la nullità della clausola relativa agli interessi ed esigere l’applicazione del tasso legale.

CEDU: dall’Italia più garanzie per il pagamento dei debiti degli Enti pubblici in dissesto

Con le sentenze rese nei casi De Luca contro Italia e Pennino contro Italia del 24 settembre 2013  la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha affrontato una questione molto interessante. La Corte è stata adita da due cittadini italiani che, pur avendo conseguito sentenze passate in giudicato, rispettivamente, il 9 maggio 2004 e il 22 marzo 2003, che li riconoscevano creditori nei confronti del  Comune di Benevento a seguito di azioni risarcitorie, non hanno potuto intraprendere l’azione esecutiva delle conseguenti condanne.

Infatti, nel dicembre del 1993, pendenti i giudizi, era intervenuta la dichiarazione di dissesto finanziario dell’ente pubblico. La gestione del risanamento del Comune era stata affidata all’organismo straordinario di liquidazione.

Com’è noto, l’art. 248 II comma TUEL stabilisce che  “ Dalla data della dichiarazione di dissesto e sino all’approvazione del rendiconto di cui all’articolo 256 non possono essere intraprese o proseguite azioni esecutive nei confronti dell’ente per i debiti che rientrano nella competenza dell’organo straordinario di liquidazione. Le procedure esecutive pendenti alla data della dichiarazione di dissesto, nelle quali sono scaduti i termini per l’opposizione giudiziale da parte dell’ente, o la stessa benché proposta è stata rigettata, sono dichiarate estinte d’ufficio dal giudice con inserimento nella massa passiva dell’importo dovuto a titolo di capitale, accessori e spese.”

Tale disciplina normativa è finalizzata a garantire la par condicio creditorum e a permettere l’effettivo risanamento dei conti dell’ente in dissesto.

Tuttavia, nei casi sottoposti alla Corte Europea i  giudizi di risarcimento del danno sono stati molto lunghi, come, del resto, la procedura di risanamento dei conti del Comune.  In questo lasso di tempo, dunque, come rilevato dai ricorrenti, è stato impedito loro di porre in esecuzione le sentenze definitive e di accedere al Tribunale, con conseguente violazione dell’art.6 § 1 delle Convenzione Europea dei diritti per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Inoltre, i ricorrenti lamentano anche la violazione dell’art.1 del Protocollo 1 della Convezione, posto a tutela della proprietà. Tale disposizione, infatti, stabilisce che “Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

A ciò si aggiunga  la violazione dell’art.13 della citata Convenzione in base al quale  “Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo  davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia  stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro  funzioni ufficiali”.

A fronte di tali doglianze lo Stato italiano nelle proprie difese ha affermato che nei casi di specie non potesse trovare applicazione l’art.13 e che alcuna violazione dell’art.1 Protocollo 1 fosse configurabile in quanto il credito dei ricorrenti era stato ammesso al  passivo. Inoltre, lo Stato ha ribadito la legittimità della limitazione all’accesso al Tribunale ex art.248 II comma TUEL in virtù del principio della par condicio creditorum.

La Corte ha accolto i ricorsi dei sig.ri De Luca e Pennino ritenendo che, nei casi di specie, sia stato violato il diritto sancito dall’art.6 § 1 della Convenzione. Infatti, anche in precedenti pronunce, la Corte ha rilevato che  tale diritto sarebbe vanificato se l’ordinamento interno di uno Stato contraente permettesse che una sentenza definitiva ed esecutiva, non potesse essere eseguita a danno di una parte. L’esecuzione di una sentenza pronunciata da un tribunale, deve essere considerata come facente parte integrante del “processo” ai sensi dell’articolo 6 (Hornsby. Grecia, 19 Marzo, 1997, § 40, Raccolta delle sentenze e decisioni 1997 II e Burdov c. Russia (n. 2), n. 33509/04, § 65, 15 gennaio 2009). Il diritto di accesso al Tribunale, poi, non è assoluto. Infatti, la  Corte ha ribadito che alcune limitazioni sono implicitamente ammesse, purchè non restringano il  citato diritto in modo o in misura tale da comprometterlo  nella sua stessa sostanza. Inoltre, dette limitazioni sono compatibili con l’articolo 6 § 1, solo se perseguono uno scopo legittimo e se esiste un ragionevole rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito ( tra le tante si vedano Khalfaoui c . Francia, n. 34791/97, § § 35-36, CEDU 1999-IX, e Papon c. Francia, n. 54210/00, § 90, 25 luglio 2002, si veda anche il richiamo dei principi pertinenti in Fayed c.Regno Unito, 21 settembre 1994, § 65, serie A n. 294-B).

Ebbene, nei casi sottoposti all’esame della Corte  la limitazione contestata, come correttamente osservato dallo Stato italiano,  è finalizzata a perseguire il legittimo scopo di garantire la par condicio creditorum. Il divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive nei confronti del Comune sancito dalla normativa italiana rimane in vigore fino alla chiusura del procedimento di risanamento. Tuttavia, la durata del procedimento sfugge al controllo del ricorrente.

Il Comune di Benevento è stato dichiarato in stato di dissesto nel dicembre del 1993 e la Corte non è stata informata in merito alla data di  chiusura del procedimento. Pertanto, i ricorrenti, che hanno ottenuto l’accertamento giudiziale definitivo dei propri crediti nel 2003 e nel 2004, sono stati privati del  diritto di accesso al Tribunale, per un periodo troppo lungo e indeterminato. Agli occhi della Corte, non vi è proporzionalità tra il limite all’accesso al Tribunale e lo scopo perseguito.  Vi è stata, quindi, una violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo che assorbe gli altri motivi di ricorso.

In applicazione dell’art.41 della Convenzione, la Corte ha condannato lo Stato italiano a risarcire i ricorrenti per i danni subiti.

Il Tribunale di Milano si pronuncia sui mutui con ammortamento alla francese

Con  sentenza del 30 ottobre 2013 anche il Tribunale di Milano ha affrontato la questione della legittimità dell’ammortamento alla francese. Il caso esaminato e affrontato dal giudice meneghino riguarda due contratti di mutuo nei quali, secondo la ricostruzione attorea, la pattuizione del tasso di interesse avrebbe violato  gli art. 1346 – 1418 – 1419 c.c.,  sarebbe stata  incompatibile con i principi di inderogabilità in tema di determinabilità dell’oggetto nei contratti formali, avrebbe violato  gli art. 1283 e 1284 c.c. , nonché la norma dell’art. 1322 c.c.  e l’art. 9, co. 3, della legge n. 192 del 1998 che vieta l’abuso di dipendenza economica.

L’attore, dunque, in virtù delle norme richiamate, ha chiesto al Tribunale  di dichiarare nulla la clausola con cui erano stati  pattuiti gli interessi e di determinare correttamente il saggio di interesse applicabile, con conseguente condanna dell’istituto di credito a restituire le maggiori somme non dovute. Inoltre parte attrice ha chiesto al Tribunale di dichiarare, comunque, che la convenuta, con la previsione di un piano di  ammortamento alla francese, ha applicato tassi di interesse difformi da quelli  pattuiti, generando un effetto anatocistico.

Il Tribunale di Milano ha disposto lo svolgimento di una consulenza tecnica della quale ha pienamente condiviso le conclusioni. Il perito nominato dal giudice ha accuratamente esaminato i contratti in contestazione nei quali si faceva riferimento a ben tre modalità di determinazione del tasso di interesse  per il periodo di ammortamento.

Infatti, dalla sentenza si evince che nel contratto era stabilito che,  in primo luogo, il tasso del  3,4% valido per il  preammortamento “sarebbe stato  preso a base per il  calcolo delle quote di rimborso del capitale nel caso l’ammortamento fosse iniziato prima della scadenza del primo triennio ed anche per il triennio successivo in caso di prosecuzione a tasso variabile.”

In secondo luogo, “le semestralità saranno calcolate col sistema dell’ammortamento di un prestito a rate costanti, basato sulla formula matematico finanziaria, nota nella tecnica finanziaria come ‘sistema francese’...” . Infine, il contratto precisava che  “il tasso d’interesse è variabile, pari ad un mezzo del tasso nominale annuo EURIBOR a 6 mesi più uno spread dell’1% “.

Le tre modalità di determinazione del tasso di interesse, secondo il perito,  se singolarmente interpretate, sono chiare, avendo ciascuna un significato finanziario determinato. Tuttavia, sono tra loro incompatibili. Sulla base della complessiva pattuizione del tasso di interessi, dunque, secondo il perito, si può giungere ad  almeno tre diverse ipotesi di piani d’ammortamento. Ne consegue una evidente ed oggettiva indeterminatezza ed indeterminabilità dell’ oggetto del contratto. Il Tribunale di Milano, quindi, ha dichiarato la nullità per indeterminatezza delle clausole determinanti il piano di ammortamento dei due contratti di mutuo ai sensi dell’art.1419 c.c. e ha disposto l’applicazione del tasso legale ai sensi dell’art.1284 c.c..

Nonostante fosse assorbita dalla decisione ogni altra questione, il Tribunale ha ritenuto ugualmente opportuno effettuare una precisazione in merito  all’effetto anatocistico che, secondo la ricostruzione attorea, sarebbe stato, comunque, insito nell’ammortamento alla francese. Ebbene, il Tribunale sul preteso effetto anatocistico, testualmente scrive, “la CTU ha condivisibilmente escluso discenda di per sé dal piano di ammortamento costruito alla francese nel quale il maggior ammontare degli interessi da versarsi -rispetto a piani di ammortamento costruiti all’italiana- dipende non dall’applicazione di interessi composti ma dalla diversa costruzione delle rate.

La sentenza in commento, quindi, segue l’orientamento inaugurato dal Tribunale di Benevento con la sentenza n.1936  del 19 novembre 2012. Oggetto di un precedente commento

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